Introduzione
Il riso è una delle piante alimentari più antiche, originaria del Sud-est asiatico. Sembra che sia stato introdotto in Italia da arabi e spagnoli: le prime risaie del Delta del Po risalgono al 1400 ma la produzione su larga scala iniziò solo nel XVI secolo su iniziativa degli Estensi.
La coltivazione del riso nel Delta, infatti, era strettamente legata alla bonifica delle paludi e il primo stadio di valorizzazione agraria dei terreni: alla fine del 1700 furono introdotti metodi sistematici di coltura nei territori bonificati e iniziò la produzione su larga scala.
Il Riso del Delta del Po Igp, dunque, deve la sua particolarità alle caratteristiche ambientali, ovvero la fertilità dei terreni scuri e torbosi del basso ferrarese e di quelli alluvionali e salmastri del rodigino; i bassi livelli di umidità relativa e le brezze marine mantengono le piante di riso asciutte e più sane, riducendo l’uso dei trattamenti chimici.
La produzione di riso è calata negli ultimi anni per varie cause, tra cui i lunghi periodi di siccità, ma nel 2025 la superficie di risaie nel Delta è aumentata di 120 ettari (595 contro i 475 del 2024), segnando un’inversione di tendenza, utile per il presidio delle aree interne e per limitare la salinizzazione delle zone umide.
Pubblichiamo di seguito l’intervista a Giampaolo Cenacchi, Vicepresidente del Consorzio Riso del Delta del Po.
Vicepresidente, quante varietà di riso sono tutelate dalla Igp?

«Coltiviamo le quattro varietà tradizionali di riso: Carnaroli, Arborio, Baldo e Volano. Sono purtroppo delle varietà con fusto a taglia alta e difficili da produrre, soggette ad allettamento e sensibili alle malattie, e ci creano problemi di gestione dei residui di paglia; tra l’altro siamo in deroga di legge per gli abbruciamenti di paglia e le prospettive future indicano che ci sarà un divieto.
Produciamo anche altre varietà succedanee come Caravaggio e Cammeo, qualitativamente eccellenti, varietà a fusto basso, resistenti e che ci danno la possibilità di gestire meglio la paglia. Queste varietà non sono però riconoscibili dal consumatore sullo scaffale. Per questo stiamo conducendo un dialogo serrato con il Ministero attraverso il forte sostegno delle Regioni Veneto ed Emilia-Romagna, per avviare il prima possibile una modifica del disciplinare Igp al fine di dare una corretta informazione al consumatore in etichetta fornendo tutte indicazioni necessarie, dalla riconoscibilità del prodotto alla varietà effettivamente coltivata. È importante e necessario che la modifica sia accolta con rapidità per evitare un drastico ridimensionamento del nostro Consorzio».
Quanti associati avete e in che fasce del territorio si trovano?
«Nelle province di Rovigo e Ferrara, abbiamo 30 associati, tutte aziende abbastanza importanti. Siamo un Consorzio con una possibilità di espansione importante, produciamo intorno ai 1.000-1.500 quintali all’anno, ma abbiamo le capacità di far fronte alla richiesta del mercato che si sono triplicate negli ultimi anni. Il mercato lo richiede ma non riusciamo a produrre.
Questa mancanza di produzione, negli ultimi 5 anni, ha generato mancati introiti per gli agricoltori pari a € 18.303.116 analiticamente stimati in modo prudenziale, e a ricaduta un mancato introito per il Consorzio di € 1.080.300».
Un chicco di riso per essere considerato Igp quali tratti distintivi deve avere?
«Le caratteristiche del nostro riso sono legate all’ambiente, siamo vicini al mare, avvolti da una brezza marina che ci permette di mantenere integre le piante, con pochissimi interventi di difesa; il terreno, inoltre, è ricco di sostanza organica e questo aumenta la qualità al riso. E poi, a differenza degli altri in Italia, il nostro chicco è un po’ più grosso».
L’Italia, in Europa, è un’eccellenza nella produzione del riso. Come va l’export?
«L’export va molto bene, con la riseria Grandi Riso che commercializza in tutto il mondo, dalla Cina all’America. Siamo contenti perché il consumatore si è affezionato ma noi produttori, lo ripeto, facciamo sempre più fatica a coltivare».
E per i prezzi, cosa fa il Consorzio?
«Ogni anno facciamo un contratto di vendita: abbiamo un prezzo minimo garantito, così nel momento in cui il mercato ne risente, vedi l’importazione, il produttore non avrà meno di 45 euro al quintale, più un contributo di nove euro. Così, nel momento in cui il prezzo di mercato dovesse scendere sotto i 40 euro, il prodotto Igp riesce a tenere il prezzo minimo; una vera e propria tutela, un valore aggiunto del nostro Consorzio»
(Intervista pubblicata su “Agrofutura”, supplemento a Il Resto del Carlino di venerdì 16 maggio 2025)

Ultimo aggiornamento: 28-01-2026, 15:07

